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Modius
Fabidius
Un sorriso di soddisfazione apparve sul volto di
Quirino e ammorbidì l'austerità dei duri lineamenti che caratterizzavano
la sua divina figura: era davvero una bella festa quella che i suoi devoti
gli stavano dedicando con gioiosa ed entusiastica devozionalità. Tutto
era stato organizzato con scrupolosità: il lus so, lo sfarzo, l'abbondanza
delle offerte votive e, soprattutto, le delicate musiche che ritmavano
magicamente le sacre danze.
A un tratto il piacevole compiacimento che lo coinvolgeva nella festa
sembrò arrestarsi subitaneamente e la sua attenzione fu catturata dalla
suadente visione di una fanciulla che più di tutti sembrava
abbandonarsi nel vortice della danza. Quirino cominciò a dimenticare il
fragore che tanto aveva gradito e si lasciò trasportare nella soave
contemplazione delle nobili e affascinanti fattezze della giovane.
Egli
decise di farla sua e le trasmise l'ordine di entrare nel tempio dove, al
riparo da sguardi indiscreti, sarebbe potuto avvenire l'agognato amplesso.
La fanciulla abbandonò le danze e, involontaria agente in una dimensione
onirica, si recò nel santuario dove giacque con Quirino.
Frutto dell'unione fu uno straordinario bambino che ella chiamò Modius
Fabidius. Questi crebbe in maniera singolare e raggiunse ben
presto notevole statura ed enorme possanza fisica. Ancora adolescente
iniziò a farsi notare per la forza e il coraggio fino a quando,
ormai cresciuto, non decise di avere un regno tutto suo. A capo di una
banda di compagni che aveva raccolto per l'occasione, partì in cerca di
avventure e si fermò soltanto quando ritenne di aver trovato l'area
giusta per uno stabile insediamento. Lì fondò una cittadina che chiamò
Curis, sia in onore dell'appellativo del divino padre e sia per
immortalare la sua passione per le armi - in lingua sabina il segnale
curis significa "lancia".
(Tratto
dal libro Miti e leggende dell'Antica Roma)
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Il Ratto delle Sabine
Lo
Stato romano era già così forte da poter tener fronte in guerra a qualsiasi
tra le popolazioni confinanti; ma per la mancanza di donne la sua grandezza
sarebbe durata una sola generazione, poiché non c'era in patria speranza di
prole, né
avvenivano connubi coi vicini. Così Romolo organizzò ad arte
solenni ludi in onore di Nettuno equestre, e li chiama Consuali. Ordina poi di
annunziare lo spettacolo ai popoli vicini. Accorse molta gente, anche per la
curiosità di vedere la nuova città, tra cui i Sabini. Mentre la festa si
svolgeva fra canti e danze, ad un segnale convenuto, i giovani Romani rapirono
le donne sabine, e armati di pugnali, misero in fuga gli uomini.
Questi ritornarono, poco tempo dopo, guidati da Tito Tazio, Re della tribù
sabina dei Curiti, con l'intento di liberare le loro donne e di vendicarsi
dell'affronto ricevuto. Una fanciulla, Tarpea, aprì loro le porte della città:
ma pagò immediatamente il suo gesto con una morte atroce, infatti fu
schiacciata dagli scudi dei Sabini; le generazioni future daranno poi il nome di
lei alla rupe Tarpea, dalla quale diverrà consuetudine gettare i condannati a
morte.
Penetrati a Roma, i Sabini si lanciarono contro i guerrieri nemici; ma appena
iniziò la battaglia, le donne intervennero per ottenere un armistizio: molte
fanciulle infatti, si erano già affezionate agli sposi romani e non potevano
tollerare la vista di quella sanguinosa battaglia nella quale erano coinvolti i
loro padri e i loro mariti.
La vicenda ebbe così una pacifica conclusione: Romolo e Tito Tazio regnarono in
comune sulla città; Sabini e Romani si fusero in un solo popolo. Dal nome della
tribù di Tito Tazio, quella dei Curiti, derivò poi ai Romani l'appellativo di
Quiriti.
L'immagine è un quadro di Nicolas Poussin, Il ratto
delle Sabine, c. 1637-1638, Museo del Louvre, Parigi (http://www.louvre.fr)
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